Cosa abbiamo fatto (noi e gli altri)

Il miglior modo per valutare l’attività e l’orientamento politico di un partito è quello di esaminare il suo operato nell’ultima legislatura. Riportiamo quindi in sintesi le prese di posizione e le motivazioni dei Verdi sui principali temi oggetto di discussione in consiglio comunale. Ognuno potrà approfondire secondo i propri specifici interessi.

 L’azione politica dei Verdi di Bellinzona

 I Verdi hanno sostenuto il progetto aggregativo per una nuova Bellinzona. Ci pare che i principi del processo partecipativo siano stati recepiti e messi in pratica con spirito costruttivo, il segnale di un cambiamento culturale che speriamo non inizi e finisca con questo specifico progetto. Più in generale gli amministratori dovrebbero riservare maggiore attenzione al volere e all’opinione degli amministrati, ossia i cittadini, che con le loro preferenze elettorali non sottoscrivono necessariamente ogni punto delle agende politiche dei partiti, né i dettagli di ogni loro progetto.

 Noi auspichiamo che nelle future discussioni si abbia a ponderare con cura le criticità che derivano dai limiti fisici del territorio e delle sue risorse, e che concetti quali quello di crescita e sviluppo, molto inflazionati nei dibattiti pubblici, siano opportunamente declinati perché la qualità prevalga sulla quantità fine a sé stessa. Non dobbiamo per forza espanderci, ma stare bene assieme e nel nostro territorio. L'aumento della spesa pubblica (che implica la costante ricerca di nuove entrate) non è il solo modello percorribile, e comunque non potrà continuare ancora a lungo.

 Si dice che le motivazioni all’origine delle scelte dei Verdi siano principalmente di matrice ideologica e per nulla pragmatiche. L’idealismo nega la realtà delle cose, è rivolto al passato e perpetua il pensiero puro e l’indottrinamento. Ai nostri figli insegniamo invece ad applicare il metodo critico, il ragionamento oggettivo e l’onestà intellettuale quale sistema di valori universale, un approccio ancora più importante delle stesse scoperte scientifiche, e che ci obbliga a rimettere costantemente in questione le nostre posizioni, a non persistere nelle nostre illusioni per quanto rassicuranti possano essere, a guardare al futuro per quello che è. La comunità scientifica si è più volte espressa, e lo ribadisce con sempre maggiore urgenza ogni anno che passa, sull’irresponsabilità della nostra inerzia, sulle conseguenze dolorose ormai inevitabili delle nostre scelte passate e sulla necessità di un’immediata presa di coscienza ed azione positiva sul modo di vivere il territorio e di impiegare le risorse che ancora ci restano.

 Non possiamo continuamente delegare la risoluzione dei conflitti ambientali a istanze superiori. L’attuazione di molte misure è fatta a livello locale. Nella passata legislatura le occasioni perse sono state numerose.

 

 TERRITORIO

 Vogliamo una crescita urbanistica qualitativa e non quantitativa. Negli ultimi anni Bellinzona ha cavalcato l’onda dello sviluppo edilizio sacrificando la qualità di vita dei residenti: nuove costruzioni a ridosso di arterie urbane già congestionate, sviluppo di quartieri senza una pianificazione delle vie di accesso, consumo di spazi verdi in presenza di aree edificabili inutilizzate, concessioni edificatorie in zone collinari geologicamente fragili. Si tratta di intervenire con norme di applicazione di piano regolatore a livello regionale che garantiscano da subito uno sviluppo sostenibile, armonioso e che lasci alla popolazione lo spazio per aggregarsi e godere del territorio.

 Tolte le superfici improduttive e boschive Bellinzona può contare solo su un 28% di territorio per le sue aree verdi, agricole ed edificabili. Le prime hanno un loro valore intrinseco e non andrebbero utilizzate alla leggera, sia per le loro importanti funzioni ambientali, sociali che educative. Lo sblocco di nuove costruzione dovrebbe essere subordinato a un comprovato interesse pubblico. Se i privati investono nell’edilizia per ottenere benefici economici sul lungo termine, cantone e comuni dovrebbero farlo nel territorio per assicurare la sostenibilità a lungo termine a favore di coloro che vi abitano.

 Tutti i maggiori partiti ritengono che la città abbia assoluto bisogno di crescere e urbanizzarsi ulteriormente, moltiplicare la propria popolazione residente, e offrire nuove abitazioni ai ticinesi, ad esempio a chi già fugge dal Luganese per i costi proibitivi degli affitti o a chi, lavorando oltre San Gottardo, vorrà stabilirsi in Ticino grazie alle opportunità offerte da AlpTransit. Negli ultimi tre anni il comune ha concesso licenze edilizie per 600 nuovi appartamenti, ossia alloggio per 1'500 persone. Tutto questo non ha nulla a che vedere con una ‘nuova’ Bellinzona, ma con una ‘grande’ Bellinzona che seguirà vieppiù la traiettoria di un grande polo urbano e ne erediterà di conseguenza le caratteristiche positive (poche) e negative (molte). L’incremento dei contributi non copre ornai più da tempo i costi per lo sviluppo e la gestione dei servizi che la crescita demografica richiede. Questi temi, politicamente delicati davvero, interpellano responsabilità individuali e una visione che il traguardo dei 4 anni di legislatura non incoraggia ad avere.

 La stipulazione degli accordi bilaterali ha aperto il mercato immobiliare svizzero, e quello cantonale, a investitori esteri che con la loro crescente domanda hanno innalzato i prezzi degli immobili spingendo a un uso (e abuso) sconsiderato del territorio. Negli ultimi 25 anni il Ticino è il cantone che più di tutti in Svizzera ha visto sparire il maggior numero di ettari di terreni agricoli. La forza lavoro nel settore primario è in costante diminuzione. Nell’ultimo quadriennio il consiglio comunale ha ancora votato una variante di PR che modifica senza contropartite una zona agricola in edificabile in spregio alla legge federale votata dal popolo.   

 Basta guardare i numerosi cantieri che in questi ultimi anni, con un’accelerazione impressionante, hanno modificato, anche a Bellinzona, il paesaggio: si costruisce ormai ovunque, risalendo le montagne, su terreni in pendenza, senza giardini, a ridosso di strade e altri immobili, principalmente proprietà per piani e superfici industriali.

L’offerta limitata di alloggi locativi (con sfitti sotto l’1%) e la mobilità delle persone (cui profittano i proprietari con aumenti spesso abusivi a ogni cambio d’inquilino) fanno lievitare i prezzi. Sempre più persone faticano a permettersi di pagare pigioni che non profittano, per le più svariate scuse, del calo del tasso d’interesse ipotecario.

Da tali sviluppi, e le crescenti preoccupazioni per una possibile bolla immobiliare, si capisce la necessità di monitorare la situazione sul fronte delle abitazioni, sviluppando se possibile una strategia di offerta di alloggi sociali a favore dei residenti in misura di calmierare i prezzi del mercato.

 Diverse zone hanno conosciuto negli ultimi anni uno sviluppo edilizio non compatibile con la loro natura e capacità. Sono esempi di quanto brutta e impropria possa diventare l’urbanizzazione di un territorio comunque limitato e per questo maggiormente a rischio. Una pianificazione giudiziosa dovrebbe evitare di rilasciare licenze edilizie senza che le vie di comunicazione siano state preventivamente rese adatte ad assorbirne l’accresciuto traffico privato. Intervenire a posteriori diviene molto difficile, i vincoli precostituiti tecnicamente insormontabili, gli espropri impossibili e costosi. Quante volte si vedono costruzioni apparire nei posti più impossibili, per poi lamentarsi che le vie di accesso sono difficili e mancano i trasporti pubblici. Questo non può essere il modo con cui Bellinzona intende svilupparsi nei prossimi anni. Chiediamo che siano codificate una strategia e dei vincoli pianificatori monitorati e sorvegliati per evitare la congestione delle vie di traffico e l’inesorabile imbruttimento del paesaggio.

 Comparto di Pratocarasso

L’impostazione data al progetto iniziale sul futuro di Pratocarasso, fermamente respinto dai bellinzonesi, era il riflesso di un modo di lavorare per nulla improntato al compromesso e alla collaborazione, tanto meno a un processo partecipato. Aveva in realtà l’aria di un’operazione essenzialmente speculativa, un modello urbanistico semi-estensivo ormai superato che privilegiava più case, più strade, minore qualità di vita. E che mancava clamorosamente di una visione futura sui contenuti di un comparto che deve rispettare le virtù che rendono Bellinzona speciale, integrato in una logica di piano regolatore che guardi ai prossimi confini comunali, e alla regione. I Verdi non sono di principio contrari a una nuova collocazione edificatoria definitiva per Pratocarasso, ma deve trattarsi di un progetto di qualità, ambientalmente consapevole, che fornisca soluzioni integrate che incidano contemporaneamente sulla qualità urbanistica e architettonica ma anche sui consumi energetici, sulla mobilità sostenibile, e che rispetti il carattere della città esistente anche a livello di densità insediativa. L’opportunità di pianificare un nuovo quartiere non è data spesso. Facciamolo bene, secondo lo stato dell’arte, e organizzandolo da subito attorno al sistema di mobilità, sostenibilità e sicurezza.

 Via Tatti

La variante per l’edificazione in via Tatti dava la possibilità di costruire appartamenti, uffici e negozi sui 24.000 mq di terreni che si affacciano su una delle porte d’accesso cittadine. Come Verdi ci saremmo aspettati che con una possibile aggregazione alle porte, la città si fosse astenuta dall’approvare messaggi in linea con un piano regolatore del tutto superato. Il quartiere delle Semine, compreso tra il fiume Ticino e Via Zorzi, scende a sud ben oltre l’area che interessa al Credito Svizzero, per salire a nord fino al Dragonato dove raggiunge i comparti lungo Viale Franscini. Un vero piano di quartiere avrebbe previsto una continuità urbanistica dell’intera area, anche in termini di indici di sfruttamento, invece di cedere a quelli (superiori) concessi agli assi principali, considerato che Via Tatti non ne ha le caratteristiche; infatti per la sua configurazione non ci si può affacciare e con il previsto semi-svincolo il transito sarà vietato alla mobilità lenta. Meglio allora sarebbe stato densificare i mappali lungo via Franscini e via Motta, cui avrebbero se non altro beneficiato proprietari che da anni pagano le imposte a Bellinzona.

Con l’opposizione di tutti i partiti ad eccezione di Bellinzona vivibile, i Verdi hanno lanciato un referendum, perdendolo con il 52,3% di favorevoli. La proposta aveva una valenza che andava oltre l’oggetto del contendere. Ci è stato chiesto di avallare un orientamento politico vetusto, inadeguato a gestire la crisi del territorio e che antepone l’interesse dei privati a quelli della collettività. Nel frattempo il Governo cantonale ha bocciato la variante, non ritenendola giuridicamente vincolata all’edificazione, e in violazione delle norme transitorie federali sulla pianificazione del territorio.

 Parco urbano

Il parco è composto da tre particelle distinte, anche per destinazione, come risulta da risoluzione del Consiglio di Stato del 18 gennaio 2012. Un prato prospicente il centro G+S, il parco urbano vero e proprio a ridosso di Via Mirasole, e la zona sportiva davanti al Liceo che andrebbe a integrarsi con il sedime del cantone che ospita il campo di rugby. Se il messaggio di richiesta di credito per la progettazione rispettava la delimitazione della zona sportiva con il parco urbano, il progetto votato ha aggiunto un nuovo campo di calcio completamente all’interno del parco urbano stesso, un’operazione affatto in linea con gli intendimenti del CdS e che penalizza chi lo sport non lo pratica o non se ne interessa. Se la riqualifica della zona sportiva è stata un'opportunità, il parco urbano offerto ai bellinzonesi non era neppure inteso come nuovo centro sportivo. Il tentativo dei Verdi, tramite emendamento al messaggio, di fare rispettare la volontà popolare è stato bocciato.

 Programma di agglomerato

Lo scenario prospettato dal PAB3 è l’anteprima di una nuova grande Lugano a Nord del Ceneri. Si delinea infatti un’importante crescita della popolazione residente con uno sviluppo edilizio incisivo lungo assi di traffico già oggi congestionati, con sempre meno aree verdi, e con misure di incentivazione del Trasporto Pubblico (TP) che potranno solo ridurre l’aumento assoluto del traffico senza però poterlo impedire.

I programmi di agglomerato richiederebbero indirizzi e strategie politiche globali in sintonia con i limiti imposti dal territorio e dai prevedibili sviluppi macro-economici futuri, una premessa ancora chiaramente assente in questo Cantone e che il progetto non denuncia. Molti degli intendimenti espressi nel PAB3 non avranno del resto grandi possibilità di riuscita se queste strategie non saranno assunte e coordinate in tutti gli ambiti dove possa operarsi l’azione politica, quali quello edilizio, energetico (PEC), dell’impiego (tele-lavoro, desk sharing, riduzione della dipendenza da manodopera frontaliera) e della fiscalità. Ad esempio, si vogliono salvaguardare le zone agricole ma la politica (commerciale) ne penalizza l’attività; si vogliono incentivare il TP e la mobilità dolce ma la politica fiscale privilegia ancora il trasporto individuale. Lo stesso preventivo recentemente comunicato dal Consiglio di Stato è un esercizio che manca di visione e risulta in un groviglio di misure che spingono la società in direzioni contrapposte e ancora troppo conservatrici.

In particolare non è stato fatto alcuno sforzo per ancorare il grado di sfruttamento insediativo a criteri di sostenibilità; dopo la quasi totale libertà concessa ai comuni negli scorsi decenni, i giochi sono stati sospesi e ci si è messi a contare il bottino. Il risultato di “massima contenibilità” è del tutto arbitrario e non rappresenta un limite credibile, men che meno sostenibile. Lo sviluppo centripeto degli insediamenti (e la densificazione degli spazi urbani) non è una tendenza inevitabile della crescita demografica, lo diviene se si accetta questa crescita e non si soppesa la qualità di vita dei residenti, due cose che ormai divergono dagli anni ’80.

I piani di agglomerato, per le sovvenzioni che permettono di ottenere dalla Confederazione, sono spesso costruiti come arma di pressione in sede di legislatura quando verranno proposti messaggi e modifiche di PR di dubbio interesse per gli attuali residenti. Lo stesso concetto di densificazione rischia in realtà di legittimare la cancellazione di zone verdi e di incontro privilegiate, scampate fino ad ora alla speculazione edilizia, oltretutto sulla base di valutazioni per nulla condivisibili su un’apparente necessità di ricucire un tessuto urbano frammentato e discontinuo (come il piano di quartiere Stadio). Se l’attuale struttura urbana è ormai difficile da modificare (ma bisognerebbe almeno evitare di peggiorarla), quella delle zone periurbane e di alcuni quartieri può ancora essere pianificata.

 

 GESTIONE DELLE RISORSE

 L’incremento demografico, di consumi e di investimenti al solo scopo di ottenere surplus economico, è una logica che conduce inevitabilmente a un maggior uso di materia, di energia e di territorio. Non è quello di cui abbiamo bisogno, e non è neppure una strategia sostenibile già a medio termine. Al lato pratico, una gestione più intelligente delle risorse locali è in grado di creare nuova occupazione, trasformando le attuali spese in investimenti per l’intero comprensorio.

 Ognuno deve fare la sua parte. Noi non dobbiamo attendere decisioni macroeconomiche o di geopolitica, comunque fuori dalla nostra portata, prendendole come scusa per una nostra inazione. La politica di uno Stato si fa anche e soprattutto a livello locale: perché è a livello locale che si implementano e si concretizzano le idee. In questo senso le occasioni perse nella passata legislatura sono state molte.

 Rifiuti

Una parte delle tasse è oggi impiegata per distruggere risorse che dovremmo invece condividere con il futuro. Il riciclo, il riuso e il compostaggio permettono di risparmiare da 3 a 4 volte più energia. Incenerire i rifiuti spreca energia poiché consuma quella utilizzata per produrli. Si finge di creare energia, ma la “produzione” di energia dagli inceneritori è negativa (il loro rendimento è di ca. il 20%). Incenerire non aiuta neppure l’occupazione.

Considerata oggi la quantità di rifiuti trattati dall’ente pubblico non può sottovalutarsi l’importanza di mantenere e garantire un minimo di controllo sulle operazioni svolte dalle aziende delegate, sulle modalità di fatturazione del servizio, sul rispetto delle procedure e il mantenimento delle certificazioni esposte o richieste. A maggior ragione in un momento in cui i rifiuti rappresentano un problema ambientale, sociale ed economico della massima urgenza. Per farvi fronte è nostra intenzione intervenire perché le plastiche vengano recuperate, sia predisposta una zona per il recupero agevolato dei rifiuti (scambio dell’usato), la creazione di una zona compost collettiva da cui trarre concime pregiato da impiegare per la gestione delle zone verdi comunali, subordinare la concessione di contributi a manifestazioni all’uso di stoviglie riutilizzabili o biodegradabili, collaborare con gli esercizi commerciali per ridurre (o recuperare in proprio) la quantità di imballaggi impiegati a cui il consumatore non può facilmente sottrarsi.

 Il futuro delle AMB

Le strategie dipendono dai punti fermi che ci imponiamo. È quindi opportuno chiederci quale debba essere il ruolo che le AMB dovranno ricoprire in futuro sul fronte del mercato elettrico. Una valutazione su cui incombono una serie di elementi contestuali che non ci è permesso ignorare: crisi delle fonti fossili e uscita dal nucleare, emergenza climatica, emergenza demografica e delle risorse in genere.

La missione di un’azienda municipalizzata di distribuzione è quella di assicurare un approvvigionamento energetico sicuro per la regione, valorizzando prioritariamente le risorse locali, ossia, nel nostro caso e per lungo tempo, essenzialmente quelle idroelettriche. Lo sviluppo di altre fonti rinnovabili ha tuttavia aperto una nuova era in misura di rendere autosufficienti i privati, per quanto non godano, per motivi prettamente speculativi, degli stessi privilegi e degli incentivi impliciti che oggi ancora sostengono artificialmente le vecchie imprese energetiche. Questo rappresenta un punto di rottura con il passato. E di ciò dovranno tenere conto tutte le medie e grandi aziende elettriche, che sul lungo termine vedranno progressivamente ridursi la domanda dei privati.

Già oggi le imprese energetiche e di distribuzione devono pensare di adattare il proprio modello operativo e manageriale per gestire il futuro afflusso di elettricità generato in modo delocalizzato da fonti rinnovabili (intermittenti per loro natura) tramite reti di distribuzione intelligenti. La parte preminente dell’attività diverrà (o dovrà restare) quella distributiva, e non più di produzione, oltre naturalmente la parte già produttiva qualora sostenibile; in altri termini dovranno usare le proprie competenze per gestire l’energia (e l’informazione) prodotta da altri sul territorio di loro pertinenza. Il core business si trasferirà dalla produzione alla fornitura di servizi. Dopo una prima fase interlocutoria – quella che stiamo vivendo proprio ora – questo processo sarà irreversibile, favorito dalla liberalizzazione del mercato elettrico in Svizzera, così come nel resto d’Europa, con la disgiunzione della produzione di energia, dal suo trasporto e dalla sua distribuzione, con l’accessibilità al mercato anche ai piccoli produttori locali. Il tempo richiesto da questo passaggio dipende criticamente dalla volontà politica, dalla caparbietà e dalle risorse che vi vorremo investire. Prima sarà, meglio sarà per tutti (eccetto per chi specula su queste cose). Nel frattempo il processo di liberalizzazione ha portato a un eccesso di capacità produttiva in Europa con il disaccoppiamento di domanda e offerta, e la conseguente caduta del prezzo dell’energia (anche perché questi prezzi non riflettono i reali costi indiretti, ossia le esternalità negative della sua produzione che però noi tutti, ma spesso altri di cui ignoriamo anche volontariamente l’esistenza, paghiamo, e non solo economicamente, secondo un modello vagamente ‘solidale’). Investire oggi in nuovi grandi impianti è, da un punto di vista imprenditoriale, un grosso rischio.

Un aspetto affatto marginale riguarda la strategia di sussidiarietà cantonale che, per quanto non più ancorata nella legge, prevede che alle esigenze non soddisfatte delle municipalizzate subentri l’azienda elettrica cantonale. Noi non crediamo che il fatto che quest’ultima abbia perseguito strade non sempre compatibili con i nuovi orientamenti strategici delle AMB, molto più disponibili alle nuove sensibilità del cliente finale, sia motivo sufficiente per scavalcarla. Essa deve rimanere l’azienda di riferimento per il mercato elettrico interno non tanto a prescindere dall’apertura dei mercati, ma proprio per questo motivo. È infatti il solo modo perché il Ticino possa contare su di un polo energetico forte e operare compatto alla preservazione del proprio mercato interno, rispettivamente competere su quello europeo. La guerra di tutti contro tutti (e le prime scaramucce sono già iniziate, pensiamo solo alla fornitura degli stabili cantonali su territorio delle municipalizzate da parte di AET) fa solo il gioco delle grandi aziende d’Oltralpe, e forse in futuro estere.

Le AMB, come più in generale le aziende di distribuzione, devono anticipare l’avvio della politica energetica internazionale su un percorso sostenibile orientandosi e investendo nello sviluppo e nella gestione del parco energetico locale, e creando subordinatamente a ciò le premesse per nuova occupazione.

Se l’obiettivo dell’esercizio è quello di rendere le AMB maggiormente indipendenti sul fronte dell’approvvigionamento elettrico, staccandosi dalle logiche del libero marcato, allora bisogna farvi ricorso il meno possibile (al libero mercato). Ciò può essere realizzato investendo sull’efficienza dell'infrastruttura, intervenendo sulle abitudini degli utenti, e puntando sulla produzione locale, anche sugli impianti più piccoli, ossia quelli delle nostre case. L’implementazione di sistemi energetici efficienti diverrà un fattore competitivo chiave per l’industria, le organizzazioni e in generale per la catena produttiva. Questa può anche essere vista come un’opportunità di sviluppo per le AMB, se vorranno mettere a frutto le proprie competenze con la consulenza per l’ottimizzazione dell’uso di energia.

In definitiva, seguendo gli attuali orientamenti del settore, considerato l’azzardo di affidarsi a investimenti a lungo termine nelle energie tradizionali centralizzate, ci pare molto più saggio capitalizzare le poche risorse disponibili nel territorio e in tre direzioni: con un approccio propositivo e attivo al risparmio (con l’obiettivo di vendere sempre meno per ottimizzare l’impiego dell’energia), con lo sviluppo di micro centrali produttive legate all’edilizia privata, e con la condivisione dell’energia prodotta da altri tramite una rete di distribuzione intelligente in grado di modulare la potenza sul versante degli utilizzatori (modello Demand Response). L’aggressione alla domanda sulla rete dovuta alla crescente autoproduzione potrà essere trasformata in opportunità, trasferendo le ingenti spese energetiche in crediti di riqualificazione e sviluppo togliendo il rischio dell’investimento ai privati e permettendo a AMB la creazione e gestione di una nuova infrastruttura produttiva interamente ancorata al territorio.

 Repartner

I Verdi non hanno sostenuto l’investimento in Repartner, una proposta di credito di 35 mio in 10 anni (il 4% delle azioni di Repartner avrebbero dato accesso a una produzione di 16 MW, pari a ca. ¼ di quanto distribuito dalle AMB nel 2012), un progetto con rischi economici troppo alti e un concetto strategico contrario agli interessi del cantone e del Bellinzonese. In votazione popolare i cittadini hanno infine definitivamente bocciato l’investimento voluto da socialisti e PLR.

La fattibilità economica andava valutata sull’attività a regime, proprio perché esistevano forti incertezze sia sullo sviluppo del mercato energetico sia sui tempi di realizzazione del portafoglio progetti. Una certa cautela era pure suggerita dal fatto che Repower non solo navigava in cattive acque a causa del nucleare, ma aveva messo in stand-by ogni investimento nelle energie rinnovabili in Svizzera chiudendo anche gli uffici preposti allo sviluppo dei loro progetti eolici e fotovoltaici in Italia.

 Fotovoltaico

La politica, anche se a volte con un certo ritardo, ha avuto e ha tuttora un ruolo importante nel finanziare l’economia verde e nel sostenere la rivoluzione delle energie alternative. Gli sviluppi avuti negli ultimi 10 anni nel fotovoltaico, anche grazie a questi investimenti, ha fatto si che a ogni raddoppio della capacità produttiva complessiva sia seguita una riduzione di un quarto dei costi. Oggi il costo per kwh generato dall’investimento di un impianto commerciale - che sfrutta l’economia di scala – distribuito sui 25-30 anni di durata vita di un impianto, è prossimo a scendere al di sotto del prezzo dell’energia di rete fornita dalle società di distribuzione. I costi di realizzazione sempre più bassi, gli interessi convenienti e la possibilità dell’autoconsumo fanno sì che su molti edifici pubblici gli impianti fotovoltaici siano ormai redditizi anche senza ottenere alcuna sovvenzione. Questa tendenza renderà presto concorrenziali anche impianti domestici di minore metratura. L’incentivazione della produzione di energia elettrica da impianti solari fotovoltaici resta comunque un obiettivo politico di grande importanza, in grado di renderci meno dipendenti dalle fonti convenzionali estere e iniettare i capitali risparmiati nell’economia locale.

L’affitto del proprio tetto a un gestore elettrico che lo destinerà all'installazione di pannelli fotovoltaici, stipulando un contratto pluridecennale, è un’opportunità offerta ai privati dal mercato ormai da diversi anni. Le municipalizzate in Ticino hanno abbracciato questa attività, assumendosi qualche rischio finanziario iniziale, proprio sulla scia del progetto delle AMB che fa da contractor per coloro che non vogliono, o non possono, investire in prima persona. Il successo avuto è molto positivo e ben augurante.

In futuro sarebbe interessante valutare se una tale iniziativa non possa progressivamente estendersi a superfici meno importanti di edifici e arredi urbani –  anche perché il territorio non può permettersi di essere consumato da grandi distese di pannelli – rispettivamente, con un approccio più politico, si dovrebbe ragionare su come incentivare l’impegno dei proprietari di case. La mappa del potenziale solare in Ticino fornisce valide indicazioni, considerato oltretutto che, in rapporto a casi già realizzati, le stime risultano spesso in difetto. Un passo in questo senso sarebbe dato dalla richiesta di autoproduzione dei nuovi stabili, più incisiva di quanto non preveda l’attuale legislazione, visto oltretutto l’intenso sviluppo edilizio a cui stiamo assistendo oggi sul nostro territorio. Con ca. 10 mio di capitale proprio le AMB potrebbero facilmente realizzare 35 MW di fotovoltaico, ossia una produzione sufficiente a ca 30'000 persone, investendo ca. 50 mio nel proprio comprensorio.

 Gas naturale

I Verdi non hanno appoggiato la decisione del Municipio di permettere la vendita di gas naturale (metano) sul territorio del comune, la cui posa delle condotte ha creato non pochi disagi alla popolazione residente. Le urgenze climatiche domandano un intervento rapido verso il rinnovabile, i costi delle infrastrutture per la distribuzione del metano richiedono decenni per essere ammortizzati e rallenteranno il processo di decarbonizzazione. legando i consumatori a un approvvigionamento estero incerto, esponendoli agli effetti del mercato globale alla pari del petrolio e trasferendo le somme per il riscaldamento all’estero in luogo di investirle sul territorio. 

Considerati gli sviluppi dei prossimi anni con il progressivo passaggio al gas metano d’estrazione non convenzionale, il miglioramento ambientale ipotizzato dal Municipio è un’illusione. La produzione di energia elettrica da gas metano è contraria agli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, in specie se si vuole sostituire alle centrali nucleari che andranno in dismissione nei prossimi decenni. La cogenerazione non è un motivo per passare al gas naturale, rende solo un po’ meno folle un errore di strategia. Lo sviluppo di una rete di distribuzione avrà come effetto di rallentare l’urgente necessità di trasformare l’industria e l’economia in soggetti sostenibili. La passata crisi del gas tra Russia e Ucraina dimostra come i rifornimenti e i prezzi di questa fonte fossile inquinante ed esauribile sono altamente volatili, e ci manterrà a lungo dipendenti dall’estero.

La produzione di gas naturale convenzionale, ossia quello ottenuto con estrazione diretta, è in declino almeno dal 2005. Il metano che bruceremo in futuro, anche quello dell’ENI da cui si approvvigiona Metanord, proverrà in percentuale sempre crescente da fonti fossili non convenzionali, ossia dalle quali il gas deve essere forzato ad uscire perché solo parzialmente o per nulla permeabili. Questi metodi di estrazione, rilasciando dal 2 all’8% di gas metano in atmosfera, comportano un bilancio ambientale superiore a quello prodotto dal carbone e dall’olio combustibile quando usati per generare calore. La maggior parte dei paesi produttori vi fa già ricorso, mentre la Russia, che è il maggior produttore al mondo di gas naturale convenzionale, dovrà accedere alle sue vaste fonti non convenzionali già a partire dal 2020 se vorrà mantenere i suoi attuali livelli di produzione. A ciò dobbiamo aggiungere l’imponente impatto ambientale e sul paesaggio di queste tecniche: sismicità indotta dal pompaggio ad alta pressione dei fluidi e delle miscele chimiche direzionate anche orizzontalmente per la frantumazione delle rocce di profondità, inquinamento delle falde acquifere con forti livelli di radioattività portata in superficie, instabilità del terreno e apparizione sul territorio di un numero spropositato di pozzi di trivellazione (ce ne vogliono 1000 per uguagliare la produzione di un solo pozzo convenzionale).

Chi pensa che con il metano si allontanerà la crisi non si rende conto che petrolio e metano sono la crisi. La sola sicurezza che qualcuno può oggi trarre dall’impiego del gas naturale, è la certezza del guadagno economico da parte dell’industria dei combustibili fossili, col rischio che quest’ultima riesca a ritardare di decenni le necessarie trasformazioni del tessuto industriale ed economico verso una società sostenibile.

 Teleriscaldamento

Non possono esservi dubbi sul fatto che il teleriscaldamento in sé sia una soluzione rispettosa dell'ambiente, sicura ed economica. Possono semmai sorgere alcune legittime perplessità legate all'origine di questo calore. Alle possibili fonti rinnovabili, come biomasse, geotermia e solare termico, e al calore di scarto a costo zero dei processi industriali, vi sono però alcune sorgenti perlomeno problematiche, come la termovalorizzazione dei rifiuti solidi urbani, processo che, nello specifico, è all’origine della costituzione di Teris SA, e le centrali di cogenerazione a gas naturale o comunque funzionanti attingendo a fonti fossili.

Nel caso dell'inceneritore di Giubiasco questa pratica potrebbe influire sulla volontà politica di ridurre il quantitativo di rifiuti prodotti (a tutt’oggi esiste un margine di riduzione almeno del 20%), rispettivamente a volerne importare dall'estero qualora non si raggiunga la massa critica necessaria al suo buon funzionamento. Per quanto è invece delle centrali di cogenarazione a gas naturale (quindi a metano), il consiglio comunale ha dato il via libera a Metanord che si impegnerà, perché è suo interesse economico, a che ne vengano realizzate anche sul nostro territorio. La convenzione stipulata tra Comune e Metanord prevede espressamente che le AMB si impegnino a considerare anche il gas naturale quale vettore per lo sviluppo di sistemi centralizzati con possibile asservimento di reti di teleriscaldamento. C’è un rischio piuttosto evidente che la produzione di calore da centrali a cogenerazioni a gas naturale venga utilizzata come incentivo per la loro creazione, in chiaro contrasto con le intenzioni all’origine del credito quadro votato in Gran consiglio. Sarebbe insomma imbarazzante che un’infrastruttura nata per ovviare agli inconvenienti di un inceneritore puntando sull’aspetto ecologico in alternativa a nafta e gas, venga poi utilizzato per trasportare energia termica prodotta da centrali di cogenerazione a gas naturale, o peggio, venga strumentalizzato per propugnarne la costruzione.

Gli emendamenti richiesti dai Verdi per imporre che il gas naturale (in forma diretta o indiretta) sia espressamente escluso quale possibile fonte del calore convogliato in rete, ad eccezione delle centrali di back-up per la specifica funzione per cui sono state concepite, è stata bocciata dalla quasi totalità dei partiti.

 Risparmio energetico

Il nuovo contesto energetico nazionale richiede da parte degli enti locali iniziativa e motivazione per implementare le strategie tese a una progressiva riduzione della dipendenza dalle fonti fossili. Il tempo utile per intervenire è molto più breve di quanto la politica può far pensare in base al suo generale immobilismo. Detto questo, l’emblema di città virtuosa sul piano energetico va guadagnato sul campo con realizzazioni concrete e visibili, e non sfoderando in continuazione certificazioni di qualità, un esercizio di marketing che non porta alcun beneficio se non vi è un concomitante cambiamento di cultura all’interno dell’ente pubblico. Il lavoro va sostenuto in maniera decisa perché chi vive Bellinzona, anche di notte, abbia sotto gli occhi in maniera palese gli sforzi investiti dalla città per renderla parsimoniosa e rispettosa di quanto la circonda e dei suoi cittadini.

Senza nulla togliere alle iniziative comunque e fortunatamente intraprese, vi sono diversi altri settori in cui, con un minimo di lungimiranza, si dovrebbe intervenire, come la sostituzione dei globi di piazza indipendenza, piazza governo e del centro sportivo, o introducendo un’ordinanza sull’illuminazione dei privati che preveda, fra l’altro, lo spegnimento di illuminazioni esterne di qualsiasi genere e insegne pubblicitarie dopo una certa ora della notte. Una mozione in tal senso dei Verdi è stata bocciata malgrado diversi comuni del nuovo comprensorio abbiano già attuato iniziative simili. Nei fatti, il rispetto delle disposizioni cantonali contro l’inquinamento luminoso non sono un’opzione di comodo. I ridotti consumi della tecnologia a LED invece sembrano giustificare la brutta abitudine di illuminare sempre di più e in modo irrazionale, come si è visto con le nuove luminarie a pavimento di Viale Stazione. Nel frattempo il Consiglio Federale ha confermato che prenderà seriamente in considerazione il tema dell’inquinamento luminoso e assegnerà all’Ufficio Federale per l’ambiente più fondi per la ricerca nel settore LED (luce blu e insonnia, effetti sugli esseri viventi). Alle autorità politiche, vale a dire a cantoni e comuni, è stato dato il segnale che il principio di precauzione (meno luce possibile, ossia solo laddove necessario e sicuro) deve essere rispettato. La norma SIA 491 è entrata in vigore il 1° marzo 2013 e si ispira a questo principio, orientandosi sui periodi di riposo stabiliti per la prevenzione del rumore. Ciò significa che l’illuminazione non rilevante per la sicurezza deve rispettare il riposo notturno dalle 22 alle 6, soprattutto dove non sia di alcuna utilità, attraverso lo spegnimento temporaneo, l’uso di sensori o un adeguato abbassamento della luminanza (i LED sono facilmente regolabili). Ogni costruttore, nel momento di progettare una nuova costruzione o ristrutturazione, può richiamare il proprio architetto o illuminotecnico al rispetto della norma SIA 491. È tuttavia nostra intenzione inserire la norma SIA 491 nelle norme d’attuazione di piano regolatore.

Il Municipio, come sentenziato dal servizio giuridico del Consiglio di Stato con decisione di portata cantonale, è comunque riuscito a introdurre una tassa illegittima sull’illuminazione pubblica, con i soli voti contrari dei Verdi e di Bellinzona vivibile che ne avevano denunciato l’inconsistenza giuridica, la poca trasparenza e gli effetti perversi sul (preventivato) risparmio energetico. Ai cittadini è stata infatti imputata una tassa “incitativa” sul consumo di energia (tassa per l’utilizzo del demanio pubblico, 0.6 cts/kwh) senza alcun nesso con il costo dell’illuminazione pubblica e del suo relativo utilizzo, un pretesto tuttavia necessario per recuperare gli introiti mancanti della ex-privativa (ca. CHF 600'000, tolti i previsti introiti del nuovo fondo energie rinnovabili) per la gestione corrente del comune. In un momento in cui l’approvvigionamento energetico sostenibile sta divenendo un tema prioritario della politica, la trasparenza dei prezzi per la sua fornitura deve essere massima per permettere al consumatore una scelta responsabile e l’adozione di comportamenti virtuosi. Non essendo oltretutto vincolata a interventi di risparmio energetico, si tratta di una variabile a disposizione del municipio per gestire i conti del comune, e potrebbe in futuro (pur se limitata per ordinanza a 1cts/kwh) anche essere abusata, ad esempio per trovare nuove entrate bypassando lo scoglio politicamente più difficile del moltiplicatore.

Ancora sul fronte dei risparmi intendiamo promuovere per tutti gli edifici il conteggio individuale dei consumi, la ristrutturazione energetica degli edifici comunali, puntando all’autoproduzione.